
di Francesco Marrapodi
Continua….
Katmandu. Un giorno che entrerà nella leggenda nera del Nepal. Quella che sembrava una normale protesta di piazza si è trasformata in un terremoto politico e sociale senza precedenti. La miccia? Il blocco dei social media. La scintilla? L’indignazione di milioni di giovani cresciuti connessi. L’esplosione? Una rivoluzione che ha incendiato il cuore del Paese.
Le strade della capitale si sono trasformate in un campo di battaglia: barricate, scontri sanguinosi, palazzi del potere divorati dal fuoco. I cortei, partiti come manifestazioni pacifiche, sono degenerati in una furia incontenibile. In poche ore il Parlamento è stato preso d’assalto, avvolto dalle fiamme, simbolo di un sistema ormai odiato e ritenuto irrimediabilmente corrotto.

Il bilancio è già pesantissimo: almeno 22 morti e oltre 400 feriti. Le case del ministro degli Interni, dell’ex premier e dell’ex presidente Ram Chandra Poudel sono state date alle fiamme. L’ex premier ha perso la moglie tra le fiamme, mentre Poudel è fuggito in elicottero. I politici catturati dalla folla sono stati malmenati, trascinati lungo le arterie principali e gettati nel fiume come trofei di una vittoria popolare.
La rivolta ha un volto preciso: quello della Generazione Z, i ventenni che hanno visto crollare il loro futuro sotto il peso della disoccupazione, dell’aumento dei prezzi e dei privilegi di una classe dirigente distante e corrotta. Per loro, l’oscuramento di 26 piattaforme digitali – da WhatsApp a YouTube, da Facebook a Viber – non è stato solo una censura, ma l’ultima catena da spezzare. Ora Katmandu è una città in stato d’assedio, pattugliata da manifestanti armati di bastoni, tra barricate improvvisate e fumo che oscura il cielo. L’esercito osserva, ancora indeciso se intervenire. La domanda che incombe è una sola: siamo di fronte a un nuovo inizio, o all’alba di una guerra civile?

